Forse ho esagerato usando il termine giornalista, devo precisare: aspirante giornalista.
Colgo l’occasione per presentarmi, sono Pietro Cartolano ho quasi 19 anni e da meno di un anno lavoro per RadioGoal24. Ho vari interessi, tra cui il calcio, e ho scelto la carriera da giornalista sportivo per vivere a pieno questo Mondo. Sono quasi convinto che questa scelta derivi dai miei fallimenti sul prato verde e dalla voglia di rivalsa in un ambito simile, legato al pallone. Ma poco conta. Questa mia lettera è destinata a tutti: tifosi, giornalisti, opinionisti e dirigenti. L’intento sarà quello di far emergere due visioni del calcio molto simili e al contempo distanti anni luce, ma non vi voglio anticipare nulla. Detto ciò, eliminate ogni vostro preconcetto, ogni vostro timore di lasciarvi andare e aprite il cuore.

2 Ottobre 2016:
La sveglia suona alle 06.30 e mai l’ho amata così tanto. Probabilmente mi starete considerando pazzo, ma io quella mattina volevo solo svegliarmi, andare alla stazione Porta Nuova e iniziare il doppio viaggio verso Milano. -Città della moda, città dell’Expo 2015, città della finanza italiana, ma per me città del Milan e della TV. Già, stavo quasi dimenticando di dire che sono un tifoso sfegatato del Milan, pur se sono nato e vivo a Torino e pur se da quando ho iniziato a seguirlo nel 2006 ha avuto un declino triste ed inesorabile. – L’arrivo alla stazione centrale di Milano è stato emozionante poiché ho incontrato per la prima volta Francesco Ricciardi un carissimo collega casertano, milanista, con cui ogni Lunedì dalle 19 alle 21 conduco #VoceRossonera un programma a tema Milan su RadioGoal24. Oltre a lui, fuori dal casino ferroviario, ho incontrato altri due ragazzi, Francesco e Ilaria, con cui inizierò un progetto editoriale serio e innovativo. La chiacchierata si è basata su pianificazioni, conteggio del personale, progetti collaborativi e tanti altri dettagli che rendono interessante questo Mondo. Pur se stanco e fuori sede ho avuto a che fare con situazioni giornalistiche estremamente eccitanti.

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Dopo il pranzo con questi tre amici, prima ancora che colleghi, ho incontrato una persona che non vedevo da un anno a cui voglio molto bene, ma di cui non vi voglio parlare.
L’altra parte della mia avventura, terminata quella da giornalista, inizia sulla metro color lilla (colore e nome veramente fastidiosi) in direzione San Siro a contatto con centinaia di tifosi, come me, rossoneri.
Sceso alla fermata adiacente allo Stadio Meazza, imbocco l’uscita e impatto con una struttura che non vedevo dal 2009. Sì, da ben sette anni non vedevo San Siro e anche in questo caso, come nei rapporti umani, la distanza ha reso unico il nuovo incontro. Non nascondo che pensando a ciò che ero in procinto di vivere e alle pagine di storia del calcio scritte in quell’immenso edificio, l’mozione mi ha riempito gli occhi di lacrime.
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A quel punto del mio cammino avevo due scelte: acquistare un biglietto per la tribuna o per la curva. Le differenze sono infinite, a partire dal prezzo che, però, non è risultato influente nella scelta; un’altra differenza è quella della comodità, a cui non ho dato minimamente peso; la grande differenza era lo spirito con cui avrei vissuto l’esperienza prettamente emotiva. In tribuna si è moderati e scatenati al momento opportuno, mentre in curva si è sempre e solo scatenati. Ed è per questo che ho scelto la curva: doveva essere la ciliegina sulla torta di un giornata vissuta al massimo. Penso che di tanto in tanto gli estremi vadano toccati per poter essere consapevoli del ventaglio di situazioni che si possono affrontare nella vita in modo consapevole ed è per questo che la scelta non è risultata complicata.
Tralasciando ulteriori inutili dettagli, faccio il mio ingresso nel secondo anello della Curva Sud e attendo l’inizio della gara scattando qualche foto e riprendendo saltuariamente lo spettacolo che mi si stava presentando di fronte. Essendo un maniaco dei social, era un’occasione imperdibile!
Lo svolgimento pratico della gara non lo riassumo essendo noto a chiunque, ma mi soffermo sul lavoro svolto da ‘noi’ della Curva: dal fischio d’inizio, anzi da qualche secondo prima, abbiamo iniziato ad intonare ogni qual tipo di coro fosse inerente alla situazione e le corde vocali ne hanno immediatamente risentito l’effetto. Sul momento mi sembrava tutto molto semplice, poiché era giusto incitare da subito i giocatori e poiché il primo gol del Milan è arrivato relativamente presto. Quando si vince è quasi naturale cantare ed essere festanti.
La situazione, tuttavia, si è ribaltata quando il Sassuolo ha rimontato perfettamente il Milan portandosi sul 3-1. A quel punto è stato complicato far uscire la voce, se non per ‘rimprovero coloriti’, nei confronti di chi stava rovinando una delle giornate più belle della mia vita.
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All’improvviso, però, come i veri condottieri che non abbandonano la nave, come i veri capitani che non mollano neanche sul 4-0, i tifosi al mio fianco hanno ripreso ad intonare cori a sostegno della squadra, come se non fosse successo nulla. Credo di non aver mai vissuto in prima persona una tale prova d’amore, d’affetto e di dignità. In quel momento tutto ciò che ho letto e sentito sui tifosi, solitamente descritti come animali, è crollato e non ha avuto più la minima influenza sulla mia considerazione nei loro confronti. Perché sì, forse a volte esagerano e sbagliano, pur se l’errore del singolo viene sempre amplificato dalla massa, ma ogni volta dimostrano di sapersi rialzare nel dolore e nella sconfitta. Quanti di voi, anzi quanti di noi, riescono a reagire con forza e serenità quando accade qualcosa di estremamente negativo nella propria vita? Quanti riescono a rialzare la testa tirando fuori tutte le cose positive dei periodi precedenti? Sicuramente in pochi. E tra questi non ci sono gli ultras.
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Il risultato di questo estremo sforzo è stato magico e la mia giornata si è conclusa nel migliore dei modi. Morale della favola? È impossibile considerarne solo una, ma selezionando tra le più significative:

  • un ‘giornalista’ deve, ogni tanto, andare in curva per conoscerne la realtà e vivere un’esperienza sensoriale unica al fine di essere più obbiettivo nei commenti;
  • i tifosi hanno un cuore unico che sovrasta tutti i fattacci esaltati da noi commentatori (senza entrare nel merito della giustizia o meno dei nostri titoloni);
  • ed infine, soprattutto, imparate ad amare le persone come fanno gli ultras con la loro squadra.

Dopo questa riflessione vi suona ancora così strano il termine #GiornalistaUltras?

                                                                    Pietro Cartolano

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